mercoledì 15 aprile 2009

L'orgasmo (alla fine l ho pubblicato, dopo titubanze)

Alcune volte poi mi scoppia il cervello. Alcune volte si, mi trovo nella condizione di sognare mentre fuori splende il sole tra le montagne e una coperta color salmone mi ricopre dalla testa ai piedi e il rossetto fucsia s’è ormai sbavato, alla Robert Smith dei Cure. Il cerchietto è andato a finire tra i piedi e vestita così’, in un santissimo giorno di pasqua, ho fatto sogni altamente lussuriosi. Da girone dantesco, ma da peggior girone dantesco. È iniziato tutto in una casa strana e piccola, sviluppata in alto. Di circa dieci piani con ogni piano da dieci metri quadrati. Il primo piano aveva solo un tavolo, di tipo quelli dell’Ikea, bianco e nero che se lo apri diventa per dieci persone, se resta chiuso, per una. Il secondo piano aveva invece un tappeto, probabilmente di origine iraniana con delle testate nucleari al posto delle frange laterali tutte morsicate da un ipotetico cane, che però non ho visto. Al terzo piano un mobile lungo, ovviamente dieci metri quadrati, pieno di scarpe: alte, basse, con i lacci, senza lacci, sandali, scarpe chiuse, mocassini, tempestate di piccoli brillanti oppure semplici, quasi rotte. Rattoppate. Il quarto piano aveva un cucinino intarsiato nel muro dal quale si vedeva solo una teiera. E un portacenere, zeppo di sigarette spente. Al quinto piano molti quadri con volti abbozzati e scritte, rigorosamente in bianco e nero lucide da specchiarsi. Al sesto piano uno stereo, forse che raccoglie solo vinili, non so non ricordo. C’era un vinile. Alberto Camerini. Tanz Bambolina suonava in un profumo s(conosciuto) dei miei migliori anni 80. La scala che mi faceva salire era di legno mangiucchiata dai tarli comunisti, pugno chiuso verso l’alto e sogni d’anarchia. Cattivi pensieri su quella scala. Il settimo piano solo fiori. Freschissime rose rosse in vasi neri dal collo lungo giraffesco. Ecco da dove veniva il profumo, dalle rose. All’ottavo piano, ombre solo ombre. Ombre di uomini alti e magri. E tante mani addosso. Mani aspre, mani rovinate, mani tagliate da vetri abbandonati, mani sanguinanti, mani sorridenti, mani senza alcuna educazione che hanno iniziato a martoriare il mio corpo stanco. Le mie gambe stanche dopo aver salito otto piani e con il respiro che si “inciampava nei denti” (Guccini, Venezia). Mani adorabili dappertutto. Ho iniziato a pensare che quelle mani mi piacevano ma una di esse mi ha spinto con forza al nono piano dove ho capito che la salita era solo verso delle sensazioni sempre più fonde, sempre più provenienti dal mio basso ventre maligno e mi accorgevo dalla linfa che vitale scendeva liquorosa fino a inumidirmi le scarpe. Delle bellissime scarpe dal tacco altissimo ma sinuoso quasi un serpente. Sei il mio serpente. Dov’è il mio serpente? E i brividi sono cresciuti imbarazzanti in uno scoppio deflagrante urla. Era il decimo piano. Una lenta arrampicata che ti fa assaporare passo dopo passo le dita che si insinuano e altre parti umide che ti seviziano l’anima per farti comprendere che si, si sono tua. Scusami se sono tua e ti prego, sii pure la scheggia impazzita che sale e scende, sale e scende. Ma fermati perché la lunghezza non è infinita. Fermati perché l’appartenenza momentanea è più dolorosa di quella perenne. Perché anche il ghiaccio si scioglie e inonda le mani, inonda il tappeto iraniano, inonda il tavolino ikea fino a che non ho capito. Si, voglio un altro orgasmo. Di quelli che ti spezzano le ossa e stai male per giorni, solo per la mancanza. La mancanza di un “giocattolo vibrante in te che cola miele che sa di me in questi silenzi, si pornografici” (Afterhours – Elymania). Ho sete, sete di sentire sensazioni socialmente proibite.
Caffè scorre nelle vene questa mattina e a breve inizierò con serietà a scrivere.