sabato 17 ottobre 2009

Me, myself and I

Ci siamo si. E’ nel buio di questo bellissimo autunno che avanza che i miei occhi verdi iniziano a intravedere la luce in una tenebra che dura da anni. Probabilmente è l’amore. Probabilmente è la fine dell’università tra poco meno di un mese, probabilmente è l’aver iniziato a fare sport. Probabilmente è che tutto quello che mi capita viene amplificato in una sorta di cassa rullante che fa spavento e che armonizza ogni movimento verso l’unico che riesco a fare con certezza: addormentarmi. Come se i dieci piani della giornata di cristo della passione fossero passati. Come se anche tutti i sogni di gloria anch’essi si fossero dissolti in una nuvola di vapore del bagno piccolo nel quale lavo via i peccati ogni sera. E le unghie blu puffo faticano a non scrostarsi dopo ogni allenamento nel quale corro, salto, mi butto, mi ferisco cercando di ritrovare una condizione che al momento non c’è sebbene almeno due maledetti sbalzi del corpo siano già andati via a suon di tre settimane di grandi fatiche e rinunce.
Incrocio le mani come fosse una preghiera e gli anni ottanta invadono casa: Cure ovunque, stivaletti mezzi gamba, guanti di pizzo che riappaiono come se non fossero mai spariti e viso pallido a riconferma che l’odio per l’abbronzatura prende sempre il sopravvento e che, forse, la pelle di porcellana vince sempre. Mi giro alla destra e tra l’asse da stiro e l’aspirapolvere giacciono addormentate le scarpe. Trenta paia forse. E non bastano mai. Perché non bastano mai? Sono un prolungamento dell’ego. Una necessità per farsi (ri) conoscere quando camminando su sassi scomposti tu sei sempre quella più indietro e ti piace così. Provo quasi gusto spesso a sentirmi così vicina a slogare la caviglia per restare in bilico su quegli oggetti di impavida bellezza. E anche tutte le bugie vengono schiacciate sotto gli stiletti come se si potesse cancellare tutto anche la prigionia a cui vai incontro se continui a mentire. Ma non mi fa paura e il non temere è ciò che maggiormente mi spaventa. Quasi come se l’incoscienza di “a forest” mi facesse brancolare nel buio nel ricordo di quando a ventidue anni ballavo da sola la prima canzone in mezzo alla pista del new age a Roncade con la gonna lunga nera, gli anfibi, la maglietta nera comprata il giorno prima e una calza a rete al posto dei guanti. Una sorta di esibizionismo pauroso. Paura degli altri ma ansia di farsi vedere, conoscere, amare per quello che si è e non per i chili di cipria che ancor oggi s’abbandonano sul mio viso ogni mattina. Quando mi guardavo allo specchio svestita dell’anima per capire cosa in me non andasse, cosa io dovessi cambiare per essere perfetta. Quanto dovessi abbandonare di me per diventare un animale da amare, un essere da desiderare. Quando ho dipinto il piede con un tatuaggio indelebile per segnare che si, mi sentivo dark, volevo essere dark, volevo che quel mondo mi appartenesse mi amasse, mi abbracciasse, mia avvolgesse. Quando mi ostinavo a dover essere comunque triste. A dover comunque non sorridere mai e non farmi toccare mai. Quando il paradosso dei bustini dei guanti lunghi e degli stivali con le catene era per dire “no, lasciatemi stare, non toccatemi, voglio stare sola, mi odio”. Era comunque l’innato desiderio di essere puttana che ti porta a mostrarti per come sei anche quando dentro di te vuoi essere diversamente e il canto degli angeli ti cade sulla testa. Il matrimonio di mia sorella, un ragazzo pallido, magro ed efebico che oggi nemmeno ricorda la mia esistenza e il silenzio di quei sabato pomeriggio, prima delle partite, nei quali chiusa in casa guardavo il grigio dalla finestra e pensavo a quando, la sera, mi sarei spogliata di ginocchiere e scarpe per rivestire i panni che meglio sentivo. Abbozzata d’un nero tanto bramato voglio ricordarmi così: una ragazzetta con la lacrima, un pierrot con le occhiaie. Per dimenticare la donna che invece oggi c’è: bionda e impegnata, azzurra e bugiarda. Come si può ritrovare un briciolo di quella ingenua certezza che il mondo era nero? Come posso ritrovarla?

domenica 13 settembre 2009

E' passato un anno da quando il fallimento di Lehman m'ha distrutto lo stomaco. E' passato un anno da quando dicevo poi ecco settembre e non ne ho avuto il tempo.
a Novembre mi laureo, se tutto va come deve andare, e settembre è davvero a metà.
Devo iniziare a trascurare meno il mio blog, compagno di viaggio per quasi 800 post.
Ci sarebbero così tante cose da dire... e da scrivere ma ogni mio secondo viene assorbito dalla tesi....e per ora devo scrivere lì.

lunedì 31 agosto 2009

Il regno del ben(ESSERE)

continuo ad automassacrarmi in mezzo a miliardi di scelte di cose da fare. In riflessione tutta la notte scalciando D e pensando pensando pensando. L'esamino di informatica giovedì a Milano che se non lo passo addio laurea... il volley, la nuova squadra e già salto allenamenti per studiare... il lavoro e i 100km giornalieri... il pianoforte, il giornale di musica per cui scrivo. Le cose da lavare e da stirare... la vita sociale. I vestiti e le mille scarpe arrichite da un nuovo paio di sandali blu schock ... e le aspettative mie e degli altri e settembre e le parole bugiarde che escono dalla bocca di molti. E mi mancano la mamma e il papà ma io sono grande e devo camminare con le mie gambe che per altro, sono abbastanza lunghe da ricoprire terreno e muscolose da scalare montagne.
Ho voglia di piangere un po con il mio papà che mi accarezza la testa per dirmi si, ste sei solo una fottuta fortunata. Nata nel mondo del benessere che vive con le malattie legate ad esso.

lunedì 10 agosto 2009

un mese quasi di silenzio sta a significare che si respira troppa vita. a cinque giorni dalla partenza per le vacanze resto ancorata ai sogni e sorrido.

sabato 11 luglio 2009

Più calma

ho decisamente superato statistica....la notizia mi coglie quasi impreparata.
Lunedì rientro in ufficio. Sabato Milano e per un mese chiuso con le ferie.
Che annata piena di novità, che annata intensa.
La lavatrice vorticosa pulisce i panni sporchi.
Devo iniziare a prendere le cose con più calma.
Con più calma.

lunedì 6 luglio 2009

Battiti, Combattiti!!!!

Lunedì mattina e numeri matematici, formule statistiche e unghie finalmente lunghe e nere costellano questo inizio giornata mentre la tensione è già altissima e dopo settimane di astinenza da fumo in un solo giorno riesco ad essere una ciminiera. Grigio fuori mentre ali spezzate di uccelli desiderati sembrano sempre più lontani a causa di una frigidità mal conosciuta e ben apprezzata in momenti come questo in cui la freddezza della calcolatrice scientifica mi fa amare più i fogli che la pelle. Eppure la concentrazione è apertamente una utopia mentre ancora una volta sono gli afterhours la colonna sonora della mia vita in una sorta di loop in cui non riesco a liberarmi di questo nieztschiano eterno ritorno all’uguale: un cd degli afterhours, un concerto degli afterhours, uno sguardo rubato a manuel agnelli e parole, parole, parole, fiumi di parole alla Jalisse solo per descrivere quanto i topi mi stiano mordendo dentro e quanto io non sia in grado di controllarmi. Mentre persino le mani tremano, ma non è freddo. Sono come un muratore che è appena uscito dal lavoro o come una lampada dimenticata: coperta di polvere. Non riesco a trovare la serenità che la mia condizione privilegiata mi imporrebbe: ma non è depressione. Non sono depressa, tantomeno esaurita. Ho trovato come descrivere la mia malattia: tensione verso l’infinito. Come se non vi fosse mai una fine, come se ogni traguardo sia fine a se stesso, come se non si potesse provare piacere oggi ma sempre rivedere il piacere in qualcosa che deve ancora venire. La senti anche tu questa sensazione di tensione? Un piacere atteso sempre più grande che non ti fa godere oggi di quello che c’è. Di questi momenti in cui la vita va bevuta ad ampi sorsi fino ad ingozzarsi e farsi mancare il fiato. Fino a soffocare. Ne discutevo ieri appoggiata al letto bianco nel perenne stato dislessico dell’ultimo periodo con l’altra metà di me che dimostra pazienza e amore infinito per il mio essere afoso. E mi scendeva una lacrima d’amore. E mi scendeva una lacrima di passione iersera, quando di fronte ad un documentario su una popolazione del centro africa guardavo stucchevole quei bambini splendidi dalle pance gonfie e le mosche ronzanti come avvoltoi su carcasse e donne, spogliate delle vesti minime per il pudore personale, che con lunghi coltelli dividevano una antilope appena cacciata. E con la mia metà, la mia passione, il mio D discutevamo che lì non v’è crisi finanziaria, non v’è pensiero di quelli che passano in testa a noi. Non v’è statistica o altro. Vi sono canti tribali e aria di morte, una perenne aria di morte per donne che han 25 anni e ne dimostrano 50. Così rifletto che sono una insaziabile egoista di sensazioni, fortunata e impudica. E’ vietato soffrire se poi al mondo c’è chi ha la sofferenza come stato costante. E siamo solo degli stramaledetti egoisti. La terra deve tremare e cambiare: tremare davvero sotto i culi dei “grandi della terra” (ma grandi per cosa??????????????), a quegli inutilmente grandi che tronfi sulle loro sedie dicono bugie, a noi, a voi, a loro, a me. Così conscia di uno stato di coscienza mi dico COMBATTI, INVECE D’ABBATTERTI.

sabato 4 luglio 2009

Non mi dimenticherai !

Straziami, strappami, sfodera rabbia su questa tasiera, rendi schiava questa pelle, ammazzala a suon di battute d'ascia insanguinata e sorridi come nei migliori film d'orrore mentre fai morire la parte cruda della mia anima che altro non aspetta che essere spenta a suon di crudeltà irreali e sbavature di miele. Pornografici silenzi alla afterhours frantumano la concentrazione di questa mattina nella quale tutti i lama del mio stomaco sputano succhi gastrici con una tensione paragonabile alla formula con cui calcolare i punti z di statistica descrittiva. Continua pure a fotterti Statistica, che martedì mattina (forse) ti fotto io. E non lo dimenticherai.
(la mia follia da amanuense sta raggiungendo livelli da ricovero)